Archivio della categoria: Recensioni

L’annessione della Georgia alla Russia (1783-1801)

Luigi Magarotto
Campanotto Editore, Udine 2004, pp. 160

Poche tra le repubbliche divenute indipendenti dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 avevano avuto in passato una propria statualità. Tra queste un caso particolare è costituito dalla Georgia, un paese di antichissima cultura, indipendente – anche se diviso in alcuni piccoli regni – sino agli inizi dell’Ottocento, quando venne annesso dalla Russia. Le complesse vicende di tale annessione sono attentamente indagate in questo volume di Luigi Magarotto, docente di lingua e letteratura russa e georgiana all’Università di Venezia. La storiografia russa ha sostenuto (anche nel periodo sovietico) che sarebbero stati gli stessi georgiani a chiedere di entrare a far parte dell’impero russo, senza porre alcuna condizione. Questo studio mostra come in effetti le cose non siano andate esattamente così. Senza dubbio i piccoli regni georgiani, minacciati dai potenti imperi musulmani di Turchia e Persia, chiesero per secoli aiuto e protezione alla correligionaria Russia. Nel 1783, il principale di questi regni georgiani, la Kartli-Kaxeti, accettò anche il protettorato russo. Tuttavia, quando – nel 1799 – il re Giorgi XII accettò l’autorità dello zar Paolo I, pose una condizione precisa: che il paese rimanesse governato dalla sua dinastia. L’imperatore russo parve in un primo momento essere d’accordo, ma alla morte del re Giorgi ordinò l’annessione della Georgia, riconfermata dopo qualche esitazione dal suo erede, Alessandro I, nel 1801. Come dimostrano i documenti allegati in questo volume, si trattò di un atto arbitrario, che amareggiò profondamente i georgiani e rese loro difficile rassegnarsi al dominio russo, tanto che nei decenni successivi scoppiarono diverse rivolte, sia nobiliari che contadine. Tuttavia, osserva Magarotto, la Georgia entrò prepotentemente nell’immaginario russo e la nuova provincia meridionale dell’impero è stata fonte di ispirazione per molti grandi scrittori, da Pushkin a Pasternak. Si potrebbe inoltre osservare che il lungo inserimento nell’impero russo ha non solo dato alla Georgia una sicurezza politica sino ad allora sconosciuta, ma le ha anche consentito di assimilare attraverso la mediazione russa forme e contenuti della modernità occidentale. Questo libro può quindi essere letto non solo in chiave storiografica, ma anche come un’efficace introduzione alla civiltà della Georgia, tanto antica e ricca quanto poco nota.

Aldo Ferrari

Mythe aryen et reve imperial – Mythe aryen et rêve impérial dans la Russie du XIX° siècle

Marlène Laruelle
CNRS éditions, Paris 2005, pp. 224

Marlène Laruelle è una giovane studiosa francese che ha già pubblicato molto e bene sul tema dell’identità culturale della Russia. A partire dal suo primo volume, L’idéologie eurasiste russe ou comment penser l’empire (1999), in cui l’eurasismo degli anni 20 e 30 è studiato con competenza e raffinatezza metodologica, ma sulla base di un assunto a mio giudizio discutibile, vale a dire che “Son orientation vers l’Asie en tant que telle est unique dans la pensée russe” (p. 33). Ho dedicato buona parte del mio studio La foresta e la steppa. Il mito dell’Eurasia nella cultura russa (Milano 2003) a individuare le radici intellettuali del movimento eurasista e non posso quindi essere d’accordo con questa affermazione, che costituisce peraltro anche il punto di partenza del nuovo studio di Marlène Laruelle. Nell’introduzione, infatti, l’autrice spiega che “Le but originel de ce travail était de rechercher la généalogie de l’ideologie eurasiste. Il a pourtant fallu se rendre à l’évidence: avant l’éxperience eurasiste des années 1920, quasiment aucun courant intellectuel en Russie ne s’ouvre sur le monde-turco mongole” (p. 20). Sulla base di questa convinzione – sostanzialmente corretta, anche se con la notevole eccezione di Konstantin Leont’ev – la Laruelle ha interpretato la poliedrica “asiofilia” russa pre-rivoluzionaria non come preistoria del movimento eurasista, ma in una chiave differente. Questa chiave è individuata nel mito ariano, “…mode scientifique de légitimation et d’explication de la domination européenne sur le reste du monde” (p. 15). Lo studio inizia con la descrizione della diffusione del mito ariano, di origine prevalentemente francese e tedesca, all’interno della cultura russa, buona parte della quale – soprattutto di orientamento conservatore, da Chomjakov in poi – è quindi riletta in questa luce un po’ sinistra. Nel primo capitolo del suo libro, “Jeux de miroir transeuropéens autour du mythe aryen”, l’autrice sottolinea peraltro come all’interno della cultura russa l’arianismo sia sostanzialmente privo di connotati razziali e razzisti, ma si basi su presupposti storico-culturali funzionali a fornire una risposta soddisfacente alla vexata quaestio del rapporto contrastato della Russia con l’Europa. Non a caso l’arianismo russo, vale a dire la rivendicazione dell’appartenenza alla grande famiglia dei popoli indoeuropei, sembra nascere in opposizione alla tendenza, assai forte in certi ambienti intellettuali e politici francesi, tedeschi e polacchi di leggere la Russia sub specie asiatica. In particolare è rigettata aspramente la tesi della “turanicità” del popolo russo, avanzata da F.H. Duchinski, un polacco di Kiev emigrato in Francia, che distingueva tra slavi “buoni”, ariani ed europei, e slavi “cattivi”, mescolati ai turco-mongoli, vale a dire i russi (p. 31). Il secondo capitolo del libro, “Les théories autochtonistes. La Scythie, berceau originel des Slaves”, investiga le numerose rivendicazioni della natura ariana del popolo russo presenti in autori noti e meno noti (M.P. Pogodin, A.S. Chomjakov, V.V, Grigor’ev., I.E. Zabelin ed altri), che discutono appassionatamente questioni come la slavità misconosciuta del mondo greco antico, l’origine variaga dello stato russo, l’appartenenza di sciti, baltici, unni, khazari al mondo slavo e così via. Molto opportunamente l’autrice confronta queste ardite ricostruzioni ideologiche con quelle parallele e concorrenti di polacchi e ucraini. Il terzo capitolo, “Le référent indien: de l’usage identitaire des arguments linguistiques, culturels et religieux”, porta invece l’indagine sul tema del parallelo culturale tra India e Russia diffusosi all’interno del più vasto mito ariano russo. Vengono pertanto prese in considerazione la nascita degli studi sanscriti e indiani nelle università e nell’accademia russa e la diffusione – alla fine del XIX secolo e con il ruolo decisivo di Elena Blavackaja – dello spiritualismo teosofico, fortemente influenzato dalla cultura indiana. La figura principale di questo accostamento ideale tra la Russia e l’India, il principe E.E. Uchtomskij, è tuttavia trattato nel quarto ed ultimo capitolo del volume, “L’avancée impériale russe en Asie: le retour tant attendu aux sources aryennes”. E non a caso, in quanto questa figura ancora relativamente poco nota ebbe un ruolo importante nella politica estera “orientale” della Russia a cavallo tra Ottocento e Novecento. M. Laruelle sostiene infatti che il mito ariano fu un elemento fondamentale della politica espansionista dell’impero russo, condiviso da ideologi progressisti (M. I. Venjukov e S.N. Južakov) e conservatori (lo stesso Uchtomskij, V.P. Vasil’ev ed altri). Per tutti costoro la penetrazione in Asia centrale, ma anche l’aspirazione frustrata alla conquista del Tibet, significava in primo luogo il ritorno verso i luoghi delle origini indoeuropee. Secondo M. Laruelle, alla fine del XIX secolo era presente anche in Russia una sorta di ossessione ariana, con riflessi politici oltre che culturali. A suo giudizio, infine, “…il existe donc une asiophilie pré-révolutionnaire, mais celle-ci reste aryenne: les eurasistes, dans leur touranisme, non a eu aucun précurseur direct” (p. 188). Ora, a parte il fatto che per quanto rilevante il tema turanico non esaurisce certo un fenomeno intellettuale complesso come l’eurasismo, si ha l’impressione il mito ariano sia una chiave di lettura utile ed interessante, ma non sufficiente a interpretare tutte le manifestazioni dell’orientamento asiatico della cultura russa pre-rivoluzionaria. Al di là di questo rilievo, il libro di M. Laruelle contribuisce in maniera notevole alla conoscenza di temi e figure rimaste troppo a lungo ignorate o misconosciute ed apre al tempo stesso prospettive di ricerca in larga misura ancora da esplorare in maniera corretta e produttiva, in particolare quelle dei rapporti culturali – oltre che politici, sociali ed economici – tra la Russia e le sue periferie imperiali, soprattutto asiatiche.

Aldo Ferrari

Tribal Nation – The Making of Soviet Turkmenistan

Adrienne Lynn Edgar
Princeton University Press, Princeton and Oxford, 2004

 

Alla metà degli anni ’20, quando l’Asia centrale era ormai stata riconquistata dall’Armata rossa, il territorio del Turkestan, dell’emirato di Bukhara e del khanato di Khiva furono attraversati da nuovi confini. Nacquero cosi le repubbliche sovietiche nazionali, basate sul principio di unità di territorio, cultura e lingua comune. La storiografa per lungo tempo ha considerato questa trasformazione come puro frutto di un’imposizione da parte di Mosca, una politica del “divide et impera” mirata a frammentare territori dotati di unità politica, a separare le élite politiche locali e a distruggere ideologie pericolose quali quella panislamica o panturca. In realtà la questione è più complessa: le decisioni prese allora non avevano come unico artefice Mosca, miravano a creare nuove élites locali e a coinvolgerle nella costruzione del regime sovietico, e a rivoluzionare le società locali. La “politica delle nazionalità” era appunto lo strumento di questo progetto.

Il libro di Adrienne Lynn Edgar segue la via aperta da Terry Martin nell’esame delle politiche imperiali sovietiche, e si colloca tra le ricerche recenti sulla costruzione nazionale e sulla divisione delle repubbliche dell’Asia centrale (Francine Hirsch, Daniel Brower, Arne Haugen). Lynn Edgar affronta queste grandi questioni indagando in profondità sul caso di una repubblica, il Turkmenistan. Il caso scelto è un ottimo esempio per porre in evidenza la complessità della costruzione sovietica. Prima dell’Urss i Turkmeni erano popolazioni prevalentemente nomadi o semi-nomadi, che abitavano territori immensi ma dai confini indefiniti, parlavano lingue diverse e si riconoscevano per lo più in appartenenze tribali che volevano fondate sulle genealogie. Com’è stato possibile che, in un periodo di pochi anni, si sia costruita una nazione turkmena? La costruzione, come ci spiega bene Adrienne Lynn Edgar, fu in realtà un compromesso tra molti soggetti ed esigenze, un fatto ambiguo e in una certa misura apparente.

La politica sovietica delle nazionalità non riconosceva spazio per appartenenze multiple e fluttuanti, e richiedeva di ricondurre ad unità la società divisa e costruire forme di appartenenza univoche. Studiosi ed esperti si mobilitarono così per catalogare, distinguere e accorpare le parti diverse di questa società. Dai materiali dell’Ufficio politico dell’Asia centrale (Sredazbyuro TsK VKP), esaminati da Lynn Edgar, emergono le dispute sull’attribuzione nazionale dei gruppi tribali e la forte volontà di arrivare a certezze, ossia di rivelare appartenenze che erano presunte come reali, anche se spesso non erano riconosciute dagli interessati. Le scelte, che portavano ad accorpamenti e divisioni tra le popolazioni, ovviamente erano politiche e avevano come protagonisti, da una parte Mosca, ma dall’altra i diversi poteri interni alla società locale e gli esponenti dei molti raggruppamenti tribali con le loro strategie particolari. La divisione dell’Asia centrale in repubbliche nazionali nel 1924-25 fu il risultato di questo complesso lavoro.

La divisione territoriale, nelle intenzioni sovietiche, doveva essere legittimata dalla creazione di istituzioni politiche ed amministrative nazionali. Queste dovevano fondarsi sulla korenizatsiya, ossia dovevano trovare radici nella popolazione locale. I turkmeni divennero così presenti in tutte le istituzioni del paese e ovunque venne usata la loro lingua. Il loro coinvolgimento, che ovviamente doveva essere tale da non minare l’ordine stabilito a Mosca e valido per tutte le repubbliche, aprì tuttavia conflitti sia tra le varie fazioni tribali in competizione per ottenere posti di rilievo nel nuovo stato, sia nei confronti dei russi. Questi ultimi, che avevano un ruolo dominante e un atteggiamento coloniale, fecero resistenza quando venne chiesto di dividere il potere con gli autoctoni. Difesero il proprio ruolo preminente sostenendo che la gente del luogo non era un grado di istruzione sufficiente per coprire ruoli di responsabilità e che i pochi istruiti appartenevano alle classi prima dominanti e quindi non erano affidabili. Le resistenze alla korenizatsiya non vennero meno neppure alla fine degli anni ’20 quando il varo del primo piano quinquennale rese più forte la necessità di quadri locali. I compromessi furono necessari e vennero poi corretti continuamente attraverso campagne di epurazione, che erano avviate da Mosca e trovavano attivi sostenitori nella repubblica. L’intelligentsiya autoctona fu travolta dalle epurazioni tra la fine degli anni ’20 e i primi anni ’30, e poi dalla grande repressione degli anni del terrore.

La partecipazione dei turkmeni e l’uso della loro lingua nelle istituzioni sovietiche implicava da una parte che si potesse fare riferimento ad una “nazionalità” turkmena, e di questo si è già detto, ma anche ad una lingua turkmena. Anche la questione della lingua era di difficile soluzione. Un aspetto riguardava i caratteri con cui questa andava scritta: come è noto, si adottarono prima quelli latini per approdare poi a quelli cirillici nel 1940. Un altro aspetto, più complesso, era la creazione di un’unica lingua turkmena partendo da una situazione in cui le lingue parlate dalle tribù erano diverse anche se reciprocamente comprensibili. Negli anni ’20 gli intellettuali locali lavorarono alla costruzione di una lingua intermedia che attingesse al massimo dalle lingue parlate, cercando di non escludere neppure quelle delle tribù periferiche. Mosca incoraggiava questo approccio che, attuato in tutte le repubbliche dell’Asia centrale, portava a distinguere e ad accentuare le distanze tra le lingue nazionali ufficiali. Era la negazione di quella ricerca di una lingua comune, che era stata sostenuta dalle tendenze panturche del movimento degli jadid. Più avanti, negli anni ’30 a Mosca si decise che la costruzione linguistica operata dagli intellettuali autoctoni dovesse essere corretta, epurata da ogni intento nazionalistico, in modo da dare spazio non tanto alle lingue parlate, che erano considerate tribali, ma a quella dei “settori progressisti” della società. L’ideologia poneva al centro dell’attenzione gli operai e quindi le città. La scelta venne rafforzata stabilendo che i prestiti da altre lingue, necessari per integrare la lingua turkmena, fossero fatti principalmente dal russo. Mosca così corresse le scelte linguistiche, epurò i linguisti e i politici locali, poi impose i caratteri cirillici.

Nonostante la divisione dell’Asia centrale in repubbliche nazionali, la costruzione del sistema politico sovietico e le politiche linguistiche, la rivoluzione non riusciva ad aggredire la società turkmena e a trasformarla in profondità. Vi era uno Stato sovietico con una retorica classista e una società che funzionava in base a lealtà e inimicizie tribali. Fino agli anni ’30 le iniziative sovietiche non ottennero che un risultato opposto a quello voluto: intendevano abolire le appartenenze tribali e di clan e non facevano che rafforzarle. Cosi avvenne, ad esempio, nella riforma agraria della seconda metà degli anni ’20. Si trattava di una redistribuzione dei diritti alla terra e all’acqua che doveva favorire gli strati poveri della popolazione. La società turkmena era però tale che le differenze di ricchezza e potere si fondavano sulle differenti appartenenze tribali: la redistribuzione tentata dalla riforma portò perciò tribù contro altre tribù rafforzando appunto le appartenenze tribali che voleva eliminare. Accadeva inoltre che i gruppi più forti ottenessero maggiore peso nei soviet locali e che quindi questi avessero modo di rivolgere a proprio vantaggio le scelte ufficialmente rivolte contro gli strati agiati della popolazione. Così spesso accadeva che membri dei gruppi più deboli, esclusi dai soviet locali, fossero trattati come appartenenti alla classe degli sfruttatori. La retorica elaborata da dirigenti politici comunisti, che stavano lontani migliaia di chilometri, si traduceva in una pratica che aveva significati opposti.

Il grande attacco contro la società turkmena fu costituito dalla collettivizzazione. Questa provocò la distruzione della società nomade e contadina. La trattazione di Linn Edgar si ferma ai primi anni ’30 senza addentrarsi sul terreno complesso della collettivizzazione, che avrebbe richiesto un lavoro che non stava nello spazio di questo libro. Probabilmente quanto accadde in Turkmenistan non fu molto differente da quanto si verificò nelle steppe kazache e sulle montagne kirgize (di questo sappiamo di più grazie agli studi di Isabelle Ohayon e di Niccolò Pianciola). Linn Edgar descrive tuttavia esaurientemente i primi effetti delle misure di collettivizzazione: il diffondersi della carestia e della fame, e la massiccia emigrazione dei profughi. In Turkmenistan, come in Uzbekistan, la collettivizzazione portò le campagne verso la monocultura del cotone e rafforzò la dipendenza dalla Russia. Mosca intendeva anche combattere le culture locali in modo da aprire la strada per la creazione di una cultura nuova e comune, sovietica. Tra gli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30 venne così condotta in tutta l’Asia centrale un campagna che aveva l’obiettivo di far mutare profondamente i modi di vita locali. Il rispetto delle tradizioni divenne reato. Linn Edgar esamina con attenzione i vari aspetti di questa politica: l’abolizione per decreto del galïng (prezzo della fidanzata), della poligamia, del matrimonio in giovane età, e di altre usanze. La trattazione è del massimo interesse perché indaga sul significato di queste istituzioni turkmene, e sul fraintendimento di questo significato da parte dei comunisti europei. Le convenzioni che regolavano i rapporti sociali, non delle consuetudini effimere, vennero messe in discussione senza capirne la complessità e la delicatezza. Una mentalità coloniale e, con essa, l’illusione della modernizzazione, erano alla base di provvedimenti che fecero guasti senza riuscire a provocare i cambiamenti voluti. Il divieto delle tradizioni nel vicino Uzbekistan si concentrò attorno l’hujum, la battaglia contro l’uso del velo, incontrò le stesse resistenze ed ebbe gli stessi esiti (come risulta dagli studi di Douglas Northrop). Le donne turkmene non portavano il velo, quale simbolo evidente di sottomissione, ma erano egualmente oppresse e si tentò di emanciparle a forza di decreti. I sovietici volevano provocare una rivoluzione culturale, ma la società turkmena, finché fu possibile, si difese eludendo i controlli e nascondendo il rispetto delle tradizioni dietro un’apparenza sovietica.

In vari punti il testo di Linn Edgar fa giustamente riferimento a studi sui regimi coloniali di altri paesi. In effetti la creazione di un territorio nazionale e di istituzioni amministrative locali, la standardizzazione della lingua, la costruzione di un sistema di educazione di massa, la diffidenza verso le culture locali sono aspetti propri delle politiche coloniali e si ritrovano all’interno dell’Urss, e in particolare nell’Asia centrale sovietica. Un analogo obiettivo di modernizzare e civilizzare guidava la politica inglese o francese nelle colonie, e quella russa nella periferia asiatica. Fatte le debite differenze, si scoprono tratti comuni tra esperienze coloniali e anche una continuità tra i tempi zaristi e quelli sovietici. Una differenza, secondo Linn Edgar, però esiste: l’Unione sovietica non ha mai fondato la sua politica sulla concezione di una superiorità della razza, non ha mai istituzionalizzato la preminenza dei russi e ha sempre affermato l’eguaglianza tra i suoi cittadini. Le violenze rivolte alla periferia non furono del resto diverse da quelle che la Russia attuò al proprio interno. L’Urss dunque fu un impero comparabile ad altri, ma anche particolare e tentò, a modo suo, di europeizzare le popolazioni cadute sotto il suo dominio.

Il libro di Linn Edgar ci aiuta anche a capire la situazione attuale del Turkmenistan, e delle altre repubbliche dell’Asia centrale. Vi è un’eredità sovietica, che non si deve trascurare, ma vi sono anche tratti simili alla situazione di altri paesi dell’Asia o dell’Africa usciti da un’esperienza coloniale: le difficoltà economiche, la crisi delle istituzioni dello stato, la riscrittura della storia e la volontà di ritornare ad un mitico passato pre-coloniale, la discussione sui confini e sulle lingue, una cultura presa tra il ritorno alle tradizioni e la fascinazione dell’occidente, i rapporti importanti ma difficili con l’ex-metropoli coloniale. Lo studio in profondità di un caso, qui il Turkmenistan, è illuminante nello specifico e apre molte domande comparative.

Marco Buttino

Altro che seta – Corano e progresso in Turkestan (1865-1917)

Paolo Sartori
Campanotto Editore, Pasian di Prato (UD), 2003, 157 pp

Al lettore che non sa cosa significhi la parola jadid consiglio di iniziare questo libro dalle ultime pagine, dove si trova un’antologia poetica. Troverà versi come questo: “Alzata la testa, inseguite ben desti la scienza europea, non state sempre a pregare, non dà certo frutto”. In altre poesie compaiono parole magiche: aeroplano, cannone, grammofono, ginnasio, scienza. Sono poesie scritte nel 1914 e 1915 da Tawalla, poeta jadid. Tawalla nacque a Tashkent una quindicina d’anni dopo che la città fu conquistata dall’esercito russo, visse nel Turkestan diventato regione di espansione dell’Impero zarista, e vi morì quando ormai il paese era diventato parte dell’Unione sovietica. I suoi versi descrivono l’atteggiamento di intellettuali che combattevano per la riforma dell’insegnamento e che poi, nel 1917, si impegnarono direttamente nella politica. Gli jadid, fautori del “nuovo metodo”, erano in polemica con gli orientamenti conservatori che prevalevano nei maktab e nelle madrasa, volevano rinnovare la cultura locale senza rinunciare al suo fondamento islamico, ma confrontandosi con il sapere, la tecnica e la scienza che erano portati dai Russi e avevano origini in Europa. Erano musulmani e volevano contruine una nazione in grado di trattare alla pari con la Russia.

Paolo Sartori tratta di un mondo culturale complesso, basta pensare a città in cui l’amministrazione usava la lingua persiana, gli scrittori si servivano sia del persiano che del türki, nelle scuole si insegnava soprattutto l’arabo, i colonizzatori scrivevano e parlavano in russo. Sartori spiega che all’origine dello jadidismo non vi fu semplicemente una fascinazione verso il mondo russo. L’esigenza di un cambiamento ebbe come primi protagonisti dei tatari, gente musulmana che veniva da fuori e conosceva la Russia. Erano intellettuali in conflitto con il mondo conservatore musulmano e con il loro baluardo politico, che era rappresentato dall’emirato di Bukhara. Non erano tuttavia succubi alleati dei Russi, anzi presto diventarono pericolosi per la Russia facendosi alfieri della causa nazionale musulmana. I bolscevichi per qualche anno tentarono di servirsi di esponenti jadid facendo loro promesse di un futuro non coloniale, poi li tradirono e si disfecero di loro destinandoli al GULag. Lo jadidismo non fu un fenomeno che riguardò soltanto il Turkestan. Come Sartori ci spiega, un movimento di rinnovamento coinvolgeva allora un’ampia parte del mondo musulmano: dalla Crimea a Istanbul a Kazan. La stessa battaglia per ottenere democrazia e Costituzione aveva dato prova di sé nella rivoluzione iraniana del 1906, animò il primo movimento dei Giovani Turchi, arrivò in Afghanistan. Concezioni analoghe a quelle degli jadid, sottolinea Mario Nordio nella sua bella nota introduttiva, vi erano negli stessi anni in Marocco di fronte alla penetrazione culturale francese e si ritroveranno più avanti alle radici della Fratellanza Musulmana in Egitto. La riflessione sul riformismo islamico, che il libro propone, può servire da antidoto alla vulgata propagandistica di oggi che vede il mondo musulmano senza differenze come una minaccia.

Marco Buttino

Il genocidio degli armeni

Marcello Flores
Il Mulino, Bologna 2006, pp. 295

Questo studio di Marcello Flores – corredato da un’interessante appendice curata da B. Guerzoni: Fotografie del genocidio armeno. Memoria, denuncia, uso pubblico – costituisce un importante contributo alla conoscenza di un evento che per troppo tempo è stato quasi assente nella memoria storica del nostro paese. Su tale tema, infatti, sino ad oggi il lettore italiano poteva disporre di alcuni testi tradotti dall’inglese o dal francese (Y. Ternon, Cl. Mutafian, V. N. Dadrian, T. Akçam), mentre gli studiosi italiani ne hanno preso in considerazione solo aspetti specifici, in particolare sulla base della documentazione vaticana (M. Impagliazzo, M. Carolla). Nessuno storico italiano, cioè, aveva ancora affrontato il genocidio armeno nella sua interezza. Che a farlo sia adesso uno studioso di rilievo come Marcello Flores (docente di Storia comparata all’Università di Siena e autore tra l’altro di un recente ed importante volume sui genocidi novecenteschi: Tutta la violenza di un secolo, 2005) e per un editore prestigioso come Il Mulino conferma quanto afferma lo stesso autore alla conclusione del suo testo: “Il genocidio degli armeni è ormai entrato a pieno titolo nella storia del Novecento” (p. 232). I primi capitoli di questo volume (I. La questione armena nell’impero ottomano; II. La rivoluzione dei Giovani turchi; III. Dalle guerre balcaniche alla guerra mondiale; IV. Dalla guerra europea alla Grande guerra) inquadrano con molto equilibrio il contesto storico in cui è maturato il genocidio armeno, alla cui descrizione sono invece dedicati solo due capitoli (V. La dinamica del genocidio; VI. Le responsabilità del genocidio). Il merito principale di quest’opera, del resto, non consiste nell’apportare elementi di effettiva novità nella ricerca sulle dinamiche che hanno portato al pressoché totale scomparsa degli armeni dai loro territori ancestrali. L’autore, infatti, non conosce le lingue fondamentali della documentazione storica di questa tragedia (turco, armeno e russo) e non ha quindi potuto affrontarla direttamente sulle fonti primarie. Il suo lavoro si colloca quindi in un ambito diverso, vale a dire quello della riflessione storiografica su un evento la cui realtà è innegabile, ma che ancora deve essere in larga misura interpretato. Ciò significa che mentre il fatto del genocidio non può quindi essere realmente essere messo in dubbio a livello storiografico, le sue origini e modalità possono e debbono invece divenire oggetto di approfondimento. In particolare, osserva Flores, “I problemi che continuano a costituire l’agenda del dibattito storico sono quelli dell’esistenza o meno di una continuità tra i massacri di fine Ottocento e quelli perpetrati durante il conflitto mondiale; del carattere del nazionalismo turco, delle divisioni al suo interno e della sua contrapposizione e intreccio con la tradizione ottomana e con le spinte liberali presenti negli ultimi venti anni dell’impero; del ruolo della minoranza armena (e, più in generale, di quelle cristiane e non musulmane) nello sviluppo economico e nel processo di modernizzazione della seconda metà dell’Ottocento; delle divisioni e modificazioni sociali che si accompagnano a una trasformazione demografica di grande rilievo; della ridefinizione dei confini che segue alla perdita di estesi territori come risultato della nascita di Stati autonomi e indipendenti che accompagnano la crisi dell’impero ottomano; del ruolo delle potenze occidentali nell’accentuare la questione armena e del loro atteggiamento nel corso del genocidio; della natura dell’alleanza tedesca con l’impero ottomano e della responsabilità della Germania nella violenza contro gli armeni; dell’importanza che il contesto di una guerra totale come il primo conflitto mondiale riveste nelle dinamiche dei massacri e delle deportazioni; del ruolo dell’ideologia dei Giovani turchi e dell’egemonia del nazionalismo radicale nella società turca; dell’organizzazione del potere attorno ad un partito che tende a farsi Stato (il Comitato di unione e progresso) e del ruolo dell’esercito e di organizzazioni fiancheggiatrici e paramilitari (p. 9)”. Dal punto di vista di questa concettualizzazione storiografica il lavoro di Flores appare estremamente pregevole e la sua parte più interessante è costituita non a caso dagli ultimi capitoli (VII. Dall’impero alla nazione; VIII Giustizia e vendetta; IX. La memoria e la storia) in cui vengono prese in considerazione proprio tali questioni. Un vasto e meditato utilizzo degli ormai numerosi studi prodotti da specialisti del genocidio armeno e di genocidi comparati consente in effetti all’autore di muoversi con competenza ed equilibrio su problemi storiografici di notevole complessità. Particolarmente rilevanti sono le sue considerazioni sul negazionismo turco (peraltro notevolmente influenzate dall’opera di T. Akçam), sulla recezione di questa posizione da parte di alcuni storici statunitensi (S. Shaw, J. Mc Carthy, H. Lowry), sul problema della “continuità” tra i massacri hamidiani degli anni 1894-96, quelli di Adana del 1909 e il genocidio vero e proprio, nonché sulla dibattuta questione della “intenzionalità” dell’eliminazione degli armeni da parte del governo dei Giovani Turchi, necessaria per poter parlare – anche a livello giuridico – di genocidio. Da sottolineare soprattutto l’impegno di Flores ad intendere la natura storica del genocidio armeno evitando il ricorso a schematismi e interpretazioni monocausali non più accettabili dopo decenni di produttivo lavoro storiografico: “Un evento come il genocidio armeno non può quindi essere compreso riducendo le sue cause ad una sola delle componenti di medio e di breve periodo che si sono catalizzate all’inizio della guerra mondiale e in cui hanno avuto peso gli attori interni dell’impero ottomano e le potenze internazionali, la casualità e imprevedibilità di alcuni esiti (le battaglie e le dinamiche militari) e le convinzioni e le percezioni dei gruppi più forti e determinati”. (p. 232). L’autore dedica molta attenzione anche alla progressiva, e certo non facile, diffusione della consapevolezza del genocidio armeno all’interno della Turchia odierna: “Il confronto storiografico… ha fatto proprio negli ultimi anni passi da gigante, sia con gli storici turchi sia all’interno delle università e dei centri di ricerca turchi. Anche se non con l’estensione e la rapidità che si vorrebbe – il cui auspicio appare legittimo a novant’anni dall’accadimento dei fatti – il genocidio armeno è ormai divenuto un evento storico la cui conoscenza cresce e l’informazione sul quale aumenta di anno in anno. Certamente, nei dieci anni che separano la Turchia dal suo ingresso in Europa, esso diventerà anche lì oggetto crescente di dibattito, ricerca, libero confronto di opinioni” (p. 12). Vedremo se i prossimi anni confermeranno l’ottimismo di queste parole, dalle quali in ogni caso emerge chiaramente come la questione del riconoscimento del genocidio armeno da parte di Ankara sia una fondamentale cartina al tornasole del processo di democratizzazione interna della Turchia ed abbia quindi un’importante valenza “europea”. Anche se il riconoscimento del genocidio armeno non è una conditio sine qua non per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, non vi è dubbio che la candidatura di Ankara ha molto aumentato negli ultimi anni la sensibilità europea nei confronti di tale questione, politica assai più che scientifica. Il riconoscimento del genocidio armeno favorirebbe da un lato l’avvicinamento – non solo politico ed economico, ma anche culturale e morale – della Turchia all’Europa, contribuendo a lenire la diffidenza che ancora oggi quest’ultima nutre nei suoi confronti; dall’altro sarebbe un momento importante per una liberazione della memoria che appare tanto necessaria per restituire al popolo turco l’interezza della sua storia e non solo una selezione arbitraria, in larga misura monca e fuorviante, forzosamente imposta da uno stato autoritario alla ricerca di legittimazione.

Aldo Ferrari