Il genocidio degli armeni

Marcello Flores
Il Mulino, Bologna 2006, pp. 295

Questo studio di Marcello Flores – corredato da un’interessante appendice curata da B. Guerzoni: Fotografie del genocidio armeno. Memoria, denuncia, uso pubblico – costituisce un importante contributo alla conoscenza di un evento che per troppo tempo è stato quasi assente nella memoria storica del nostro paese. Su tale tema, infatti, sino ad oggi il lettore italiano poteva disporre di alcuni testi tradotti dall’inglese o dal francese (Y. Ternon, Cl. Mutafian, V. N. Dadrian, T. Akçam), mentre gli studiosi italiani ne hanno preso in considerazione solo aspetti specifici, in particolare sulla base della documentazione vaticana (M. Impagliazzo, M. Carolla). Nessuno storico italiano, cioè, aveva ancora affrontato il genocidio armeno nella sua interezza. Che a farlo sia adesso uno studioso di rilievo come Marcello Flores (docente di Storia comparata all’Università di Siena e autore tra l’altro di un recente ed importante volume sui genocidi novecenteschi: Tutta la violenza di un secolo, 2005) e per un editore prestigioso come Il Mulino conferma quanto afferma lo stesso autore alla conclusione del suo testo: “Il genocidio degli armeni è ormai entrato a pieno titolo nella storia del Novecento” (p. 232). I primi capitoli di questo volume (I. La questione armena nell’impero ottomano; II. La rivoluzione dei Giovani turchi; III. Dalle guerre balcaniche alla guerra mondiale; IV. Dalla guerra europea alla Grande guerra) inquadrano con molto equilibrio il contesto storico in cui è maturato il genocidio armeno, alla cui descrizione sono invece dedicati solo due capitoli (V. La dinamica del genocidio; VI. Le responsabilità del genocidio). Il merito principale di quest’opera, del resto, non consiste nell’apportare elementi di effettiva novità nella ricerca sulle dinamiche che hanno portato al pressoché totale scomparsa degli armeni dai loro territori ancestrali. L’autore, infatti, non conosce le lingue fondamentali della documentazione storica di questa tragedia (turco, armeno e russo) e non ha quindi potuto affrontarla direttamente sulle fonti primarie. Il suo lavoro si colloca quindi in un ambito diverso, vale a dire quello della riflessione storiografica su un evento la cui realtà è innegabile, ma che ancora deve essere in larga misura interpretato. Ciò significa che mentre il fatto del genocidio non può quindi essere realmente essere messo in dubbio a livello storiografico, le sue origini e modalità possono e debbono invece divenire oggetto di approfondimento. In particolare, osserva Flores, “I problemi che continuano a costituire l’agenda del dibattito storico sono quelli dell’esistenza o meno di una continuità tra i massacri di fine Ottocento e quelli perpetrati durante il conflitto mondiale; del carattere del nazionalismo turco, delle divisioni al suo interno e della sua contrapposizione e intreccio con la tradizione ottomana e con le spinte liberali presenti negli ultimi venti anni dell’impero; del ruolo della minoranza armena (e, più in generale, di quelle cristiane e non musulmane) nello sviluppo economico e nel processo di modernizzazione della seconda metà dell’Ottocento; delle divisioni e modificazioni sociali che si accompagnano a una trasformazione demografica di grande rilievo; della ridefinizione dei confini che segue alla perdita di estesi territori come risultato della nascita di Stati autonomi e indipendenti che accompagnano la crisi dell’impero ottomano; del ruolo delle potenze occidentali nell’accentuare la questione armena e del loro atteggiamento nel corso del genocidio; della natura dell’alleanza tedesca con l’impero ottomano e della responsabilità della Germania nella violenza contro gli armeni; dell’importanza che il contesto di una guerra totale come il primo conflitto mondiale riveste nelle dinamiche dei massacri e delle deportazioni; del ruolo dell’ideologia dei Giovani turchi e dell’egemonia del nazionalismo radicale nella società turca; dell’organizzazione del potere attorno ad un partito che tende a farsi Stato (il Comitato di unione e progresso) e del ruolo dell’esercito e di organizzazioni fiancheggiatrici e paramilitari (p. 9)”. Dal punto di vista di questa concettualizzazione storiografica il lavoro di Flores appare estremamente pregevole e la sua parte più interessante è costituita non a caso dagli ultimi capitoli (VII. Dall’impero alla nazione; VIII Giustizia e vendetta; IX. La memoria e la storia) in cui vengono prese in considerazione proprio tali questioni. Un vasto e meditato utilizzo degli ormai numerosi studi prodotti da specialisti del genocidio armeno e di genocidi comparati consente in effetti all’autore di muoversi con competenza ed equilibrio su problemi storiografici di notevole complessità. Particolarmente rilevanti sono le sue considerazioni sul negazionismo turco (peraltro notevolmente influenzate dall’opera di T. Akçam), sulla recezione di questa posizione da parte di alcuni storici statunitensi (S. Shaw, J. Mc Carthy, H. Lowry), sul problema della “continuità” tra i massacri hamidiani degli anni 1894-96, quelli di Adana del 1909 e il genocidio vero e proprio, nonché sulla dibattuta questione della “intenzionalità” dell’eliminazione degli armeni da parte del governo dei Giovani Turchi, necessaria per poter parlare – anche a livello giuridico – di genocidio. Da sottolineare soprattutto l’impegno di Flores ad intendere la natura storica del genocidio armeno evitando il ricorso a schematismi e interpretazioni monocausali non più accettabili dopo decenni di produttivo lavoro storiografico: “Un evento come il genocidio armeno non può quindi essere compreso riducendo le sue cause ad una sola delle componenti di medio e di breve periodo che si sono catalizzate all’inizio della guerra mondiale e in cui hanno avuto peso gli attori interni dell’impero ottomano e le potenze internazionali, la casualità e imprevedibilità di alcuni esiti (le battaglie e le dinamiche militari) e le convinzioni e le percezioni dei gruppi più forti e determinati”. (p. 232). L’autore dedica molta attenzione anche alla progressiva, e certo non facile, diffusione della consapevolezza del genocidio armeno all’interno della Turchia odierna: “Il confronto storiografico… ha fatto proprio negli ultimi anni passi da gigante, sia con gli storici turchi sia all’interno delle università e dei centri di ricerca turchi. Anche se non con l’estensione e la rapidità che si vorrebbe – il cui auspicio appare legittimo a novant’anni dall’accadimento dei fatti – il genocidio armeno è ormai divenuto un evento storico la cui conoscenza cresce e l’informazione sul quale aumenta di anno in anno. Certamente, nei dieci anni che separano la Turchia dal suo ingresso in Europa, esso diventerà anche lì oggetto crescente di dibattito, ricerca, libero confronto di opinioni” (p. 12). Vedremo se i prossimi anni confermeranno l’ottimismo di queste parole, dalle quali in ogni caso emerge chiaramente come la questione del riconoscimento del genocidio armeno da parte di Ankara sia una fondamentale cartina al tornasole del processo di democratizzazione interna della Turchia ed abbia quindi un’importante valenza “europea”. Anche se il riconoscimento del genocidio armeno non è una conditio sine qua non per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, non vi è dubbio che la candidatura di Ankara ha molto aumentato negli ultimi anni la sensibilità europea nei confronti di tale questione, politica assai più che scientifica. Il riconoscimento del genocidio armeno favorirebbe da un lato l’avvicinamento – non solo politico ed economico, ma anche culturale e morale – della Turchia all’Europa, contribuendo a lenire la diffidenza che ancora oggi quest’ultima nutre nei suoi confronti; dall’altro sarebbe un momento importante per una liberazione della memoria che appare tanto necessaria per restituire al popolo turco l’interezza della sua storia e non solo una selezione arbitraria, in larga misura monca e fuorviante, forzosamente imposta da uno stato autoritario alla ricerca di legittimazione.

Aldo Ferrari

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