Tribal Nation – The Making of Soviet Turkmenistan

Adrienne Lynn Edgar
Princeton University Press, Princeton and Oxford, 2004

 

Alla metà degli anni ’20, quando l’Asia centrale era ormai stata riconquistata dall’Armata rossa, il territorio del Turkestan, dell’emirato di Bukhara e del khanato di Khiva furono attraversati da nuovi confini. Nacquero cosi le repubbliche sovietiche nazionali, basate sul principio di unità di territorio, cultura e lingua comune. La storiografa per lungo tempo ha considerato questa trasformazione come puro frutto di un’imposizione da parte di Mosca, una politica del “divide et impera” mirata a frammentare territori dotati di unità politica, a separare le élite politiche locali e a distruggere ideologie pericolose quali quella panislamica o panturca. In realtà la questione è più complessa: le decisioni prese allora non avevano come unico artefice Mosca, miravano a creare nuove élites locali e a coinvolgerle nella costruzione del regime sovietico, e a rivoluzionare le società locali. La “politica delle nazionalità” era appunto lo strumento di questo progetto.

Il libro di Adrienne Lynn Edgar segue la via aperta da Terry Martin nell’esame delle politiche imperiali sovietiche, e si colloca tra le ricerche recenti sulla costruzione nazionale e sulla divisione delle repubbliche dell’Asia centrale (Francine Hirsch, Daniel Brower, Arne Haugen). Lynn Edgar affronta queste grandi questioni indagando in profondità sul caso di una repubblica, il Turkmenistan. Il caso scelto è un ottimo esempio per porre in evidenza la complessità della costruzione sovietica. Prima dell’Urss i Turkmeni erano popolazioni prevalentemente nomadi o semi-nomadi, che abitavano territori immensi ma dai confini indefiniti, parlavano lingue diverse e si riconoscevano per lo più in appartenenze tribali che volevano fondate sulle genealogie. Com’è stato possibile che, in un periodo di pochi anni, si sia costruita una nazione turkmena? La costruzione, come ci spiega bene Adrienne Lynn Edgar, fu in realtà un compromesso tra molti soggetti ed esigenze, un fatto ambiguo e in una certa misura apparente.

La politica sovietica delle nazionalità non riconosceva spazio per appartenenze multiple e fluttuanti, e richiedeva di ricondurre ad unità la società divisa e costruire forme di appartenenza univoche. Studiosi ed esperti si mobilitarono così per catalogare, distinguere e accorpare le parti diverse di questa società. Dai materiali dell’Ufficio politico dell’Asia centrale (Sredazbyuro TsK VKP), esaminati da Lynn Edgar, emergono le dispute sull’attribuzione nazionale dei gruppi tribali e la forte volontà di arrivare a certezze, ossia di rivelare appartenenze che erano presunte come reali, anche se spesso non erano riconosciute dagli interessati. Le scelte, che portavano ad accorpamenti e divisioni tra le popolazioni, ovviamente erano politiche e avevano come protagonisti, da una parte Mosca, ma dall’altra i diversi poteri interni alla società locale e gli esponenti dei molti raggruppamenti tribali con le loro strategie particolari. La divisione dell’Asia centrale in repubbliche nazionali nel 1924-25 fu il risultato di questo complesso lavoro.

La divisione territoriale, nelle intenzioni sovietiche, doveva essere legittimata dalla creazione di istituzioni politiche ed amministrative nazionali. Queste dovevano fondarsi sulla korenizatsiya, ossia dovevano trovare radici nella popolazione locale. I turkmeni divennero così presenti in tutte le istituzioni del paese e ovunque venne usata la loro lingua. Il loro coinvolgimento, che ovviamente doveva essere tale da non minare l’ordine stabilito a Mosca e valido per tutte le repubbliche, aprì tuttavia conflitti sia tra le varie fazioni tribali in competizione per ottenere posti di rilievo nel nuovo stato, sia nei confronti dei russi. Questi ultimi, che avevano un ruolo dominante e un atteggiamento coloniale, fecero resistenza quando venne chiesto di dividere il potere con gli autoctoni. Difesero il proprio ruolo preminente sostenendo che la gente del luogo non era un grado di istruzione sufficiente per coprire ruoli di responsabilità e che i pochi istruiti appartenevano alle classi prima dominanti e quindi non erano affidabili. Le resistenze alla korenizatsiya non vennero meno neppure alla fine degli anni ’20 quando il varo del primo piano quinquennale rese più forte la necessità di quadri locali. I compromessi furono necessari e vennero poi corretti continuamente attraverso campagne di epurazione, che erano avviate da Mosca e trovavano attivi sostenitori nella repubblica. L’intelligentsiya autoctona fu travolta dalle epurazioni tra la fine degli anni ’20 e i primi anni ’30, e poi dalla grande repressione degli anni del terrore.

La partecipazione dei turkmeni e l’uso della loro lingua nelle istituzioni sovietiche implicava da una parte che si potesse fare riferimento ad una “nazionalità” turkmena, e di questo si è già detto, ma anche ad una lingua turkmena. Anche la questione della lingua era di difficile soluzione. Un aspetto riguardava i caratteri con cui questa andava scritta: come è noto, si adottarono prima quelli latini per approdare poi a quelli cirillici nel 1940. Un altro aspetto, più complesso, era la creazione di un’unica lingua turkmena partendo da una situazione in cui le lingue parlate dalle tribù erano diverse anche se reciprocamente comprensibili. Negli anni ’20 gli intellettuali locali lavorarono alla costruzione di una lingua intermedia che attingesse al massimo dalle lingue parlate, cercando di non escludere neppure quelle delle tribù periferiche. Mosca incoraggiava questo approccio che, attuato in tutte le repubbliche dell’Asia centrale, portava a distinguere e ad accentuare le distanze tra le lingue nazionali ufficiali. Era la negazione di quella ricerca di una lingua comune, che era stata sostenuta dalle tendenze panturche del movimento degli jadid. Più avanti, negli anni ’30 a Mosca si decise che la costruzione linguistica operata dagli intellettuali autoctoni dovesse essere corretta, epurata da ogni intento nazionalistico, in modo da dare spazio non tanto alle lingue parlate, che erano considerate tribali, ma a quella dei “settori progressisti” della società. L’ideologia poneva al centro dell’attenzione gli operai e quindi le città. La scelta venne rafforzata stabilendo che i prestiti da altre lingue, necessari per integrare la lingua turkmena, fossero fatti principalmente dal russo. Mosca così corresse le scelte linguistiche, epurò i linguisti e i politici locali, poi impose i caratteri cirillici.

Nonostante la divisione dell’Asia centrale in repubbliche nazionali, la costruzione del sistema politico sovietico e le politiche linguistiche, la rivoluzione non riusciva ad aggredire la società turkmena e a trasformarla in profondità. Vi era uno Stato sovietico con una retorica classista e una società che funzionava in base a lealtà e inimicizie tribali. Fino agli anni ’30 le iniziative sovietiche non ottennero che un risultato opposto a quello voluto: intendevano abolire le appartenenze tribali e di clan e non facevano che rafforzarle. Cosi avvenne, ad esempio, nella riforma agraria della seconda metà degli anni ’20. Si trattava di una redistribuzione dei diritti alla terra e all’acqua che doveva favorire gli strati poveri della popolazione. La società turkmena era però tale che le differenze di ricchezza e potere si fondavano sulle differenti appartenenze tribali: la redistribuzione tentata dalla riforma portò perciò tribù contro altre tribù rafforzando appunto le appartenenze tribali che voleva eliminare. Accadeva inoltre che i gruppi più forti ottenessero maggiore peso nei soviet locali e che quindi questi avessero modo di rivolgere a proprio vantaggio le scelte ufficialmente rivolte contro gli strati agiati della popolazione. Così spesso accadeva che membri dei gruppi più deboli, esclusi dai soviet locali, fossero trattati come appartenenti alla classe degli sfruttatori. La retorica elaborata da dirigenti politici comunisti, che stavano lontani migliaia di chilometri, si traduceva in una pratica che aveva significati opposti.

Il grande attacco contro la società turkmena fu costituito dalla collettivizzazione. Questa provocò la distruzione della società nomade e contadina. La trattazione di Linn Edgar si ferma ai primi anni ’30 senza addentrarsi sul terreno complesso della collettivizzazione, che avrebbe richiesto un lavoro che non stava nello spazio di questo libro. Probabilmente quanto accadde in Turkmenistan non fu molto differente da quanto si verificò nelle steppe kazache e sulle montagne kirgize (di questo sappiamo di più grazie agli studi di Isabelle Ohayon e di Niccolò Pianciola). Linn Edgar descrive tuttavia esaurientemente i primi effetti delle misure di collettivizzazione: il diffondersi della carestia e della fame, e la massiccia emigrazione dei profughi. In Turkmenistan, come in Uzbekistan, la collettivizzazione portò le campagne verso la monocultura del cotone e rafforzò la dipendenza dalla Russia. Mosca intendeva anche combattere le culture locali in modo da aprire la strada per la creazione di una cultura nuova e comune, sovietica. Tra gli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30 venne così condotta in tutta l’Asia centrale un campagna che aveva l’obiettivo di far mutare profondamente i modi di vita locali. Il rispetto delle tradizioni divenne reato. Linn Edgar esamina con attenzione i vari aspetti di questa politica: l’abolizione per decreto del galïng (prezzo della fidanzata), della poligamia, del matrimonio in giovane età, e di altre usanze. La trattazione è del massimo interesse perché indaga sul significato di queste istituzioni turkmene, e sul fraintendimento di questo significato da parte dei comunisti europei. Le convenzioni che regolavano i rapporti sociali, non delle consuetudini effimere, vennero messe in discussione senza capirne la complessità e la delicatezza. Una mentalità coloniale e, con essa, l’illusione della modernizzazione, erano alla base di provvedimenti che fecero guasti senza riuscire a provocare i cambiamenti voluti. Il divieto delle tradizioni nel vicino Uzbekistan si concentrò attorno l’hujum, la battaglia contro l’uso del velo, incontrò le stesse resistenze ed ebbe gli stessi esiti (come risulta dagli studi di Douglas Northrop). Le donne turkmene non portavano il velo, quale simbolo evidente di sottomissione, ma erano egualmente oppresse e si tentò di emanciparle a forza di decreti. I sovietici volevano provocare una rivoluzione culturale, ma la società turkmena, finché fu possibile, si difese eludendo i controlli e nascondendo il rispetto delle tradizioni dietro un’apparenza sovietica.

In vari punti il testo di Linn Edgar fa giustamente riferimento a studi sui regimi coloniali di altri paesi. In effetti la creazione di un territorio nazionale e di istituzioni amministrative locali, la standardizzazione della lingua, la costruzione di un sistema di educazione di massa, la diffidenza verso le culture locali sono aspetti propri delle politiche coloniali e si ritrovano all’interno dell’Urss, e in particolare nell’Asia centrale sovietica. Un analogo obiettivo di modernizzare e civilizzare guidava la politica inglese o francese nelle colonie, e quella russa nella periferia asiatica. Fatte le debite differenze, si scoprono tratti comuni tra esperienze coloniali e anche una continuità tra i tempi zaristi e quelli sovietici. Una differenza, secondo Linn Edgar, però esiste: l’Unione sovietica non ha mai fondato la sua politica sulla concezione di una superiorità della razza, non ha mai istituzionalizzato la preminenza dei russi e ha sempre affermato l’eguaglianza tra i suoi cittadini. Le violenze rivolte alla periferia non furono del resto diverse da quelle che la Russia attuò al proprio interno. L’Urss dunque fu un impero comparabile ad altri, ma anche particolare e tentò, a modo suo, di europeizzare le popolazioni cadute sotto il suo dominio.

Il libro di Linn Edgar ci aiuta anche a capire la situazione attuale del Turkmenistan, e delle altre repubbliche dell’Asia centrale. Vi è un’eredità sovietica, che non si deve trascurare, ma vi sono anche tratti simili alla situazione di altri paesi dell’Asia o dell’Africa usciti da un’esperienza coloniale: le difficoltà economiche, la crisi delle istituzioni dello stato, la riscrittura della storia e la volontà di ritornare ad un mitico passato pre-coloniale, la discussione sui confini e sulle lingue, una cultura presa tra il ritorno alle tradizioni e la fascinazione dell’occidente, i rapporti importanti ma difficili con l’ex-metropoli coloniale. Lo studio in profondità di un caso, qui il Turkmenistan, è illuminante nello specifico e apre molte domande comparative.

Marco Buttino

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