Archivi del mese: gennaio 2010

Il Caucaso – Popoli e conflitti di una frontiera europea

Aldo Ferrari
Roma 2005, pp. 142

Per la sua ricchezza di usi, costumi, tradizioni, per la sua estrema complessità etnica, linguistica, religiosa, culturale, il Caucaso ha rappresentato da sempre un luogo mitico, romantico, esotico. Ma per noi europei dopo la seconda guerra mondiale era divenuto assai lontano; solamente negli ultimi anni la crisi dell’Impero sovietico lo ha riproposto alla nostra attenzione, ricordandoci che questo crogiuolo e intrico di popoli si trova da secoli collocato ad una cruciale frontiera tra Europa ed Asia, come luogo di scontro appetito da ogni parte – sia dal Vicino Oriente sia dalle steppe eurasiatiche. Dalla fine del XVIII secolo i Russi hanno iniziato una conquista che ha teso a fare dello spazio caucasico un’unica zona da tener sotto controllo all’interno di un unico sistema politico; e certo si tratta di un’area che bisogna considerare nel suo complesso, per comprenderne il rilievo storico e le ripercussioni sui vicini – anche proprio su di noi Europei. Tuttavia periodicamente questa regione ha fatto emergere al suo interno profonde divisioni, che negli ultimi anni sono ricomparse in un’area rivelatasi molto “calda”, separando i territori situati a Nord che si trovano ancora sotto il controllo russo – in cui particolarmente difficile risulta la situazione della Cecenia – dallo scacchiere meridionale. Qui le tre repubbliche della Transcaucasia (Armenia, Georgia, Azerbaigian) ritrovatesi nuovamente indipendenti nel 2004 sono state – non a caso –inserite in quella Politica europea di prossimità che costituisce un passo verso l’inserimento nella UE.

Insomma, ancora una volta il Caucaso si propone come zona di crisi legata alle tensioni internazionali che pesano su quelle terre per interessi economici e geopolitici riguardando Potenze vicine e lontane. Ma nonostante la prolungata interruzione dei contatti con realtà che apparivano a molti arretrate, condizionate da una dominante influenza sovietica, anche in una regione che comprende terre come la Georgia e l’Armenia ove nel corso dei secoli era fiorita una importante e raffinata civiltà, ben più antica quella russa che vi si è sovrapposta come dominatrice, oggi l’emergere di un cruciale problema di approvvigionamento energetico, insieme al riscaldarsi delle tensioni e dei conflitti interni e internazionali nelle zone dove l’Islam può esercitare una profonda influenza – e fra queste prima di tutto quella del “Grande Medio Oriente” compreso fra il Mediterraneo e i confini della Cina, in particolare dei territori compresi fra Mar Nero e Mar Caspio –, ci ha posto di fronte alla necessità di conoscere e valutare nuovamente tutti quei territori, di prendere decisioni rispetto a problemi economici, politici e geostrategici in cui il loro ruolo non è affatto secondario. Il Caucaso, così, ci ha riproposto il suo valore geopolitico, e le implicazioni potenziali dell’evoluzione dei territori che lo compongono anche rispetto ai nostri delicati equilibri europei. Anche per queste ragioni risulta estremamente utile poter disporre di questo volume, scritto da uno studioso della competenza di Aldo Ferrari, che riesce da un lato ad offrirci un ottimo quadro sintetico della storia di questa complessa e intricata regione, dall’altro a soffermarsi attentamente sulla situazione in cui si sono venute a trovare quelle terre dopo la caduta dell’impero sovietico, fra una serie di conflitti interni e di crescenti rivalità geopolitiche. L’analisi di Ferrari è incessantemente caratterizzata da grande equilibrio e serenità di giudizio per quanto riguarda i vari problemi posti in campo ed i numerosi ed assai complicati punti di scontro e di frizione che si sono venuti accumulando in quelle zone, e riesce a delineare con grande efficacia anche possibili scenari per il prossimo futuro, indicando con delicatezza molte delle alternative e dei “punti deboli” che i diversi protagonisti si trovano e si troveranno probabilmente a fronteggiare. Nella sua ricostruzione della storia dell’area caucasica, Ferrari analizza con cura le differenze di sviluppo tra il Caucaso settentrionale, più frammentato in gruppi tribali e più facilmente condizionato dalla vicinanza dei grandi russi, e il Caucaso meridionale, dove almeno tre popoli sono riusciti nei secoli a costituire entità statali di rilievo, data la presenza di comunità etniche più vaste e più omogenee, ma anche data la prossimità con civiltà più avanzate del Vicino Oriente, e i più intensi contatti con il Continente europeo. Per tali ragioni a queste differenti realtà nel volume sono dedicati capitoli separati, che riescono ad illustrarcene vicende e caratteristiche con chiarezza e capacità di sintesi, a spiegare le ragioni che hanno portato a quella frammentazione etnica e linguistica che ha contribuito a favorire prima l’invasione mongola del XIII secolo, poi la progressiva penetrazione dell’Islam e la pressione dell’Impero ottomano su quei territori, infine la conquista russa, con la sottomissione degli inquieti montanari del Caucaso settentrionale, l’annessione della Transcaucasia, la politica degli zar, che su quelle terre oscillava tra centralismo – prevalente – e regionalismo. Risultano infine di sicuro interesse i capitoli dedicati all’epoca sovietica ed alla politica messa in atto dai bolscevichi su quei territori tormentati, in cui Ferrari ci mostra come l’intera regione caucasica, che aveva tentato di approfittare della rivoluzione per liberarsi dai dominatori russi ed acquisire proprie forme d’indipendenza, sia stata forzatamente ricondotta nell’orbita di una Russia divenuta sovietica. Un inserimento avversato soprattutto dai montanari musulmani del Caucaso settentrionale, mai del tutto domati dai “nemici” russi, avversi alle politiche di collettivizzazione e ai tentativi di distruggere la loro struttura sociopolitica di tipo clanico. Mentre i popoli della Transcaucasia, pur risentendosi dell’imposizione del dominio sovietico, si erano trovati stretti fra la pressione russa proveniente da Nord ed il timore provato nei confronti di una Turchia che nel 1915 aveva posto in essere nei confronti degli Armeni uno spaventoso genocidio – il primo genocidio del XX secolo; e in una situazione di questo genere perfino la Russia bolscevica poteva perfino essere vista come un fattore di “protezione”. Si era avviata così una nuova fase storica – l’intera regione caucasica soggetta all’URSS – in cui, come scrive Ferrari, tutti quei territori subirono una politica di “ingegneria nazionale” sovietica che tentava di riorganizzare amministrativamente, culturalmente e linguisticamente su base “nazionale” popolazioni la cui identità era in primo luogo di carattere religioso e tribale o clanico. Una politica che ha naturalmente incontrato forti opposizioni, ma che ha comunque in parte finito con il modificare la situazione, determinando la creazione o il rafforzamento di identità nazionali. I suoi effetti si sono quindi trovati all’origine di molte delle tensioni e dei conflitti che oggi caratterizzano quella tormentata regione: problemi a cui Ferrari dedica capitoli di grande interesse, in cui si tratta del Caucaso postsovietico e dei suoi rapporti con la Federazione Russa, sia per quanto riguarda le regioni settentrionali che ancora ne fanno parte – qui un capitolo è dedicato alla particolarmente “calda” questione cecena –, sia per quanto riguarda gli Stati nazionali emersi in Transcaucasia. E qui si pone un panorama internazionale in cui il ruolo del Caucaso appare particolarmente complesso e ricco di punti interrogativi, collocato com’è tra la politica di Putin volta a ricostituire almeno parzialmente l’Impero perduto, la crescente presenza degli Stati Uniti, le vicinanze a volte minacciose, a volte “convenienti”, di Stati come l’Iran o la Turchia, dove la tradizione islamica è in varie forme presente. E, ricordiamoci, v’è pure, comunque ineludibile, il ruolo potenziale di un’UE a cui diversi popoli del Caucaso guardano con crescente insistenza. Bisognerà compiere delle scelte, prendere posizioni; da questo punto di vista una più adeguata conoscenza del complesso contesto di quelle terre, dei loro conflitti presenti e di quelli potenziali è comunque indispensabile; e volumi come questo sono davvero un utile contributo.

Bianca Valota

Breve storia del Caucaso

Aldo Ferrari
Milano, Carocci, 2007, 152 pp.

Questo libro di Ferrari è un contributo storiografico di grande rilievo, perché costituisce la prima sintesi storica dedicata al Caucaso nel suo insieme. Da sempre, infatti, la forte differenziazione esistente tra la parte meridionale del Caucaso e quella settentrionale ne hanno scoraggiato lo studio in un’ottica unitaria ed in un arco cronologico che vada dalle origini ai giorni nostri. È questo invece il compito che si è proposto Ferrari e che ha portato a termine con successo. Fra i meriti del libro, va anzitutto segnalata l’ampia bibliografia, l’equilibrio con cui Ferrari si muove fra visioni storiografiche confliggenti, la perizia con cui affronta i difficili problemi di trascrizione di nomi di persone, popolazioni e luoghi di un’area che è linguisticamente una delle più ricche al mondo e dove ogni scelta si connota inevitabilmente in una precisa direzione storica o politica. Vorrei brevemente accennare alla innovativa scelta terminologica per cui Ferrari ha scelto di parlare di Caucaso settentrionale e non di Ciscaucasia e di Subcaucasia per la zona meridionale, proprio per uscire da un’ottica russocentrica, che implicherebbe già una scelta di posizionamento. Ferrari traccia una storia della regione che tiene conto del profilo geografico, etnografico, linguistico, religioso e che non trascura nessuna epoca storica. Dopo avere trattato l’epoca antica e quella medioevale, si concentra su aspetti fondamentali delle vicende che hanno avuto luogo fra il XVII ed il XIX secolo, fra l’epoca di Pietro il Grande e quella dell’ultimo zar Nicola II, in cui è avvenuta la conquista russa del Caucaso, che lo zarismo ha tentato di controllare, ma non è riuscito ad integrare nell’Impero. Di questo processo egli traccia un’ampia panoramica che ci conduce direttamente ai problemi attuali, evidenziando molto bene la questione del rapporto continuità/rottura fra esperienza russa, sovietica e post-sovietica. E senz’altro la parte che Ferrari dedica al Caucaso contemporaneo è di grande interesse data l’odierna rilevanza geopolitica e strategica di questa regione che si colloca al centro del cosiddetto grande medio oriente e cioè lo spazio ricchissimo di risorse energetiche che va dalle coste orientali del Mar Nero alle frontiere della Cina. Come ricorda Ferrari l’esito più appariscente della dissoluzione dell’URSS è stato l’indipendenza delle tre repubbliche subcaucasiche Georgia, Armenia, Azerbaigian, mentre il Caucaso settentrionale è rimasto all’interno della Federazione russa, riproponendo una divisione tradizionale, vieppiù complicata dalla dinamiche proprie del periodo di transizione fra l’epoca sovietica e quella attuale, in una regione in cui si gioca una complessa partita internazionale. In questo scenario il principale protagonista resta inevitabilmente la Russia, che da un lato vuole tenere Caucaso settentrionale nei suoi confini, per evitare un moto centrifugo da parte di altre Repubbliche, e dall’altro cerca di parare in Subcaucasia l’influenza di Stati Uniti ed Unione Europea. La penetrazione statunitense nel Caucaso è infatti una realtà sviluppata su diversi livelli: il progetto di collegare il petrolio ed il gas dell’Asia centrale con il Mediterraneo, costituendo una via della seta del XXI secolo, è infatti estremamente seducente per gli Stati Uniti che taglierebbero fuori la Russia. L’intenzione di impedire una ricomposizione dello spazio ex-sovietico è del resto un obiettivo che gli Stati Uniti possono ragionevolmente condividere con alcuni paesi ex-sovietici, quali per esempio Georgia, Uzbekistan, Ucraina, Azerbaigian e Moldavia (complesso di paesi designato con l’acronimo GUUAM) e senz’altro con i paesi ex-satelliti ora entrati nell’Unione europea cui non sorride la prospettiva di vedere la Russia reintegrata nel ruolo di grande potenza ai confini con l’Europa e quindi potenzialmente minacciosa. In questo contesto, la spinosa questione del Caucaso settentrionale, in cui rientra la martoriata Cecenia viene trattata con competenza ed equilibrio. Nel capitolo dedicato alla Subcaucasia attuale, Ferrari offre poi un ricco quadro dei rapporti fra Georgia, Armenia, Azerbaigian a livello interregionale ed internazionale, che fa giustizia di molte frettolose analisi avanzate nel primo periodo post-sovietico. La propensione filo-occidentale di Georgia e Azerbaigian è proporzionale alla riluttanza ad entrare nell’orbita di Mosca. Diversa è invece la posizione dell’Armenia, che ha una collocazione geopolitica estremamente delicata. I contenziosi aperti con Georgia ed Azerbaigian, il problema sempre presente d’una Turchia che con il crollo dell’URSS e l’avvicinamento alla UE si è fatta più vicina, hanno ridotto i suoi spazi di manovra, compromettendo possibilità d’accordo con i vicini e finendo per legarla all’asse Mosca-Teheran più di quanto avrebbe desiderato. Nonostante le divisioni, tutti e tre i paesi della Transcaucasia guardano con speranza ed interesse all’Europa, che tuttavia è rimasta in secondo piano rispetto a Russia e Stati Uniti, consapevole di non avere gli strumenti per reggere un coinvolgimento nelle questioni di sicurezza, fatti salvi gli interventi dell’OSCE per attenuare i conflitti interetnici. La sua politica è stata volta all’incremento della cooperazione economica, mentre è mancata una visione strategica su quest’area, che tuttavia sarà necessario mettere a punto nel prossimo futuro, perché il Caucaso, anche se sempre diviso fra Nord e Sud, è ritornato ad essere una frontiera tutt’altro che marginale fra il Vicino Oriente e il mondo euroasiatico: il rischio è che diventi una faglia geopolitica, occasione più di conflitto che di sviluppo.

Giulia Lami

Il massacro degli armeni – Un genocidio controverso

Guenther Lewy
Einaudi, Torino 2006, pp. 394

La quarta di copertina definisce questo libro “…il primo, vero lavoro di storia su una delle pagine più controverse del Novecento”. Ciò significa che i tanti studi sul genocidio armeno apparsi prima di quello di Lewy non sono “veri lavori di storia”? Oppure che l’estensore di queste parole non li conosce? Tra l’altro, per limitarci al panorama italiano, sono ancora freschi di stampa i volumi di Taner Akçam (Nazionalismo turco e genocidio armeno, tr. it. Guerini e Associati, Milano 2005) e Marcello Flores (Il genocidio degli armeni, Il Mulino, Bologna 2006). Superata l’irritazione per questa sconcertante promozione editoriale, occorre dire che ci si trova di fronte all’opera di uno studioso di buon livello, che peraltro – per sua stessa ammissione – non legge né il turco né l’armeno e si è dedicato di recente alla questione del genocidio. L’obbiettivo della sua ricerca, come dichiara l’autore nella Prefazione, è di “…verificare l’attendibilità dell’ampia documentazione disponibile… {senza} un mulino a cui tirare acqua”. Tale meritoria ricerca di equilibrio è fondata peraltro su un equivoco fondamentale, che compromette tutto l’impianto del libro di Lewy: vale a dire che la storiografia sul genocidio sia costituita da una interpretazione armena ed una turca, l’una contro l’altra armata, rispetto alle quali è dunque necessario assumere un atteggiamento critico. Le cose non stanno così. A confrontarsi sono in realtà da un lato la linea ufficiale del governo di Ankara (fatta propria anche da un pugno di storici stranieri, prevalentemente statunitensi), dall’altro la stragrande maggioranza degli studiosi internazionali (ma, da qualche anno, anche turchi residenti all’estero). Diverse osservazioni critiche di Lewy sono più che legittime. Per esempio quelle sul ruolo importante che ebbero nel peggioramento dei rapporti armeno-turchi le attività politiche dei partiti armeni, fondati a partire dal 1887 e responsabili di azioni dimostrative tanto velleitarie quanto invise alle autorità ottomane. Oppure quelle sulla dubbia attendibilità di molti dei documenti prodotti a sostegno della premeditazione del genocidio. Lewy, peraltro, riconosce apertamente l’inconsistenza della tesi ufficiale turca secondo la quale piuttosto che di genocidio si dovrebbe parlare di una “guerra civile” armeno-turca. Né le sofferenze della popolazione armena sono in alcun modo taciute. In questo senso non si può affermare che il suo studio rientri nel negazionismo storico in vario modo sostenuto dal governo turco. La debolezza principale del libro di Lewy consiste a mio giudizio in una comprensione insufficiente del genocidio armeno nel suo complesso, dovuta in primo luogo ad un’eccessiva concentrazione sulla questione della premeditazione. Infatti, pur ammettendo che a livello documentario non sia possibile dimostrare con assoluta certezza che il governo dei Giovani Turchi abbia progettato l’annientamento della popolazione armena, appare impossibile negare che proprio questo è stato l’esito finale della sua politica. Un altro aspetto discutibile dello studio di Lewy è l’aver preso in considerazione quasi esclusivamente gli anni 1915-16. In effetti l’annientamento degli armeni dell’Impero ottomano ebbe inizio allora, ma proseguì sino al 1923, determinando la definitiva eliminazione della trimillenaria presenza di questa popolazione nei territori anatolici. Inoltre, i successivi governi turchi hanno proibito il ritorno ai sopravvissuti, iniziando al tempo stesso un’operazione di distruzione dei monumenti armeni in Anatolia e di falsificazione della memoria storica che dura in sostanza sino ad oggi. Di fronte a questa realtà storica e politica la ricerca di equilibrio di Lewy si trasforma a volte in equilibrismo. Infine, destano serie perplessità le pagine conclusive in cui lo studioso invita gli armeni “…a rinunciare all’uso del concetto di genocidio nella sua accezione giuridico-legale” in cambio “…, da parte turca, di un sincero rincrescimento per le terribili sofferenze del popolo armeno”. Una soluzione del genere sarebbe certo molto gradita al governo di Ankara, che si vedrebbe così sollevato dalle pesanti conseguenze derivanti dall’eventuale riconoscimento del genocidio, ma non soddisferebbe né gli armeni né tutti coloro che riconoscono nella loro tragedia un significato storico, morale e politico non così agevolmente superabile.

Aldo Ferrari

Viaggi in Armenia, Kurdistan e Lazistan

Alessandro De Bianchi
(a cura di Mirella Galletti) Argo Editrice, Lecce, 2005

E’ da qualche giorno in libreria un volume che pubblica il “giornale di viaggio” di Alessandro De Bianchi, un patriota italiano che, riparato alla metà dell’Ottocento in terre ottomane per sfuggire alla repressione austriaca, attraversò, alla testa di un drappello della guardia imperiale turca, le misteriose province asiatiche dell’impero. Il titolo del libro, scritto a Costantinopoli nel 1859 e pubblicato a Milano nel 1863, è Viaggi in Armenia, Kurdistan e Lazistan. Si tratta di un documento eccezionale perché l’autore, uomo colto e curioso, apre una preziosa finestra su un mondo scomparso. Oggi tutto è mutato: l’impero ottomano non esiste più, la diaspora di molte delle genti che De Bianchi incontrò nel suo viaggio ha sospinto intere popolazioni entro confini artificiali ma, proprio per questo, riappropriarsi del fondale geopolitico da cui hanno avuto origine molte delle tragedie che continuano a insanguinare quelle terre, rende almeno più comprensibile la complessità dei conflitti che attraversano un’area cruciale del nostro mondo.

Cecenia e Russia – Storia e mito del Caucaso ribelle

Francesco Vietti
Massari Editore, Bolsena (VT) 2005, 144 pp., euro 12.00

Questo nuovo volume sulla Cecenia si inserisce in una bibliografia italiana già abbastanza nutrita, almeno se paragonata a quanto esiste (o non esiste) su altre regioni caucasiche. L’autore si è avvalso di alcune buone letture (anche se troppo limitate per una monografia), della consultazione di siti specializzati e di esperienze personali per ricostruire le vicende che hanno portato all’odierna crisi cecena. Arricchito da un archivio fotografico a colori, una cronologia e delle mappe, il libro di Vietti risente però di una struttura alquanto disorganica, che lo rende di consultazione abbastanza difficile. Inoltre, l’inquadramento storico dell’espansione imperiale della Russia nel Caucaso non è esente da errori e imprecisioni. Sono invece interessanti alcuni documenti tradotti nel volume, come la Costituzione della repubblica indipendente (del 1992) e quella che la riporta invece nell’ambito della Federazione Russa (del 2003), nonché le poesie che testimoniano il trauma delle guerre con la Russia. Si tratta in sostanza di un reportage appassionato sulla tragedia di un popolo che ha pagato e sta ancora pagando un prezzo altissimo alle politiche repressive di San Pietroburgo e Mosca.

Aldo Ferrari