Diario dell’Asia – Dal Caucaso alla Cina

Jan Potocki
Medusa, Milano, 2007

La fama di Jan Potocki (1761-1815) è oggi legata principalmente a quel capolavoro della letteratura picaresca e fantastica che è Le manuscrit trouvé à Saragosse, riscoperto e pubblicato nel 1958 da Roger Caillois dopo un secolo e mezzo di oblio. Ma Potocki fu un personaggio straordinario anche da altri punti di vista. Appartenente ad una delle famiglie più importanti della nobiltà polacca, in gioventù svolse un’intensa attività politica di orientamento illuminista e tentò vanamente di contribuire alla salvezza della sua patria. La divisione della Polonia tra Russia, Prussia e Austria, pose fine al suo impegno politico. Divenuto nel 1793 un suddito russo, egli cercò di superare la delusione politica dedicandosi agli studi, in modo particolare sull’antichità dei popoli slavi. In questi anni Potocki compì anche numerosi viaggi, che lo condussero dapprima in diversi paesi del Mediterraneo (Turchia, Egitto, Marocco), quindi nel Caucaso. Con il passare del tempo, però, il nobile polacco parve adeguarsi alla nuova situazione politica. Nel 1802 dedicò allo zar Alessandro I la sua Histoire primitive de peuples de la Russie et du Caucase, pubblicata a Pietroburgo, in francese come tutte le sue opere. Quindi, nel dicembre 1804, Potocki entrò a far parte del Dipartimento Asiatico del Collegio degli Affari Esteri, al quale aveva in precedenza presentato un progetto sulla costituzione di un’Accademia Asiatica, che rimase però irrealizzato. In questa sua nuova veste fu chiamato nel 1805 a partecipare come responsabile culturale ad una importante missione diplomatica in Cina. Il Diario dell’Asia. Dal Caucaso alla Cina raccoglie due testi scritti in anni diversi e di impianto molto dissimile. Il Viaggio nelle steppe di Astrakan e del Caucaso (1797-1798) è il resoconto di un viaggio privato; La spedizione in Cina ha invece un carattere ufficiale, in quanto si tratta di una nota inviata da Potocki ai suoi superiori al termine della ricordata missione diplomatica, integrata da alcune lettere inviate al principe Czartoryski, anche lui polacco ma ministro degli Affari Esteri dell’impero russo. Nel primo testo è soprattutto il complicato mosaico etnico e antropologico della Russia meridionale e del Caucaso ad incuriosire il coltissimo ed acuto viaggiatore. Potocki osserva ogni cosa attentamente, confrontando quel che vede con le cognizioni della sua sterminata erudizione, soprattutto classica. Lo interessano in modo particolare le lingue e gli usi delle genti che incontra nel corso del suo viaggio: Russi, Cosacchi, Calmucchi (una popolazione nomade di stirpe mongola e religione buddista), Armeni, Georgiani, i montanari musulmani (Circassi, Ceceni, Daghestani e così via). Alcune annotazioni di Potocki rimangono indimenticabili. Per esempio quelle dedicate ai bellicosi e ladroneschi costumi di queste popolazioni. Così, una principessa cecena afferma che “…per nulla al mondo vorrebbe che i suoi parenti sapessero che lei ha sposato un uomo che non vive di rapine” (p. 67). Dei Circassi si dice invece che “In tutto il Caucaso il brigantaggio era ritenuto un onore, ma qui un principe non può rimanere tranquillamente otto giorni a casa sua senza disonorarsi” (p. 101). Non sorprende che i Russi abbiano dovuto penare tanto per sottomettere (e mai completamente) i popoli del Caucaso settentrionale. La seconda parte del volume comprende invece alcuni scritti che Potocki dedicò alla Cina. Queste pagine sono caratterizzate soprattutto dalla lucida percezione del contrasto tra due ideologie imperiali, quella cinese e quella russa, che per molti aspetti erano incompatibili. La missione russa non riuscì in effetti neppure a giungere nella capitale Pechino a causa dei tanti errori diplomatici commessi: “Ben lungi dal cercare di conoscere il carattere dei cinesi sembrò che si preoccupassero solo di far loro vedere il lato brillante dei costumi europei e a conquistarli con la seduzione del nostro lusso al quale venne aggiunto tutto ciò che poteva dare lustro ad innalzare la dignità dell’ambasciatore” (p. 158). Come scrive Franco Cardini nella Prefazione al volume, in questa fallita missione diplomatica Potocki fu lucido testimone di un radicale “contrasto di culture”; al tempo stesso, però, è possibile vedere in lui anche uno “dei padri fondatori del colonialismo megacontinentale russo, tanto differente nei caratteri e nelle prospettive dal colonialismo imperiale della grande rivale imperiale, l’Inghilterra” (p. 12). Un ruolo, tuttavia, che Potocki non riuscì a recitare a lungo. Poco dopo il rientro dalla Cina egli abbandonò infatti il servizio statale e si ritirò nella sua tenuta di Uladowka. Negli anni successivi precipitò in una profonda depressione; prese allora a limare la palla d’argento che sormontava il coperchio della sua teiera. Il 2 dicembre 1815 il singolare proiettile aveva ormai le dimensioni adatte e il conte Potocki lo utilizzò per farsi saltare le cervella.

Aldo Ferrari

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